SyLv 的个人资料ﺉﺏﺪﻁﻍﻺپچژSyLv ShAnKaپچژﺉ...照片日志列表更多 工具 帮助

日志


Io so e ho le prove

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesini di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con la parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: “è falso” all’orecchio di ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, infondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos

Caschi, passamontagna e bastoni.
E quando passa Cossiga un anziano docente urla: "Contento ora?"
Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti

di CURZIO MALTESE


Gli scontri di ieri a Roma
AVEVA l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.

Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
(30 ottobre 2008)

Discussione su Javier Marias sull'Italia

 

Citazione da Osvaldo

Su Repubblica di lunedì, 9 giugno è uscita quest'intervista. Javier Marias è uno dei più apprezzati scrittori spagnoli.

«Un paese cupo, antipatico, di cattivo umore, che ha perso il senso della solidarietà, e dove persino, l´espressione può sembrare un po´ forte, emerge qualche sintomo di razzismo». Javier Marías lo dice con rammarico, ma ne è profondamente convinto: la “decadenza” italiana è un dato di fatto secondo l´autore della trilogia Il tuo volto domani. E nasconde una minaccia che lo scrittore non ha timore a sintetizzare in una sola parola: «Fascismo».
In un articolo pubblicato su El País, lei parla di una “brutta e povera Italia”. Che paese è l´Italia che lei ha conosciuto, e che ora rimpiange?
«I miei primi viaggi risalgono agli anni Ottanta. Andavo a Venezia, e lì ho trascorso diversi periodi di vari mesi: in tutto un paio d´anni. Ma poi ho continuato a visitare il paese, spesso, fino ad oggi. L´Italia mi piace moltissimo, posso dire che - fuori dalla Spagna - è il paese dove mi sento più a mio agio, insieme alla Gran Bretagna. Per questo ho difficoltà a capire come un paese così squisito, e così dotato di senso dell´umorismo - lo dico come un grande elogio - sia potuto diventare tutto il contrario. Insomma, l´Italia per me era un paese “leggero”, nel senso che vi sembrava prevalere l´allegria. Ora ho la sensazione che sia diventato pesante».
Dove individua i sintomi, e le ragioni, della decadenza?
«In Italia è stata ormai chiaramente abbattuta la frontiera tra ciò che si può dire o non dire in pubblico. Il linguaggio da bar, quello che io preferisco chiamare “linguaggio da caverna”, si è trasferito alla politica. È una forma superiore di demagogia, perché non si tratta solo di dire alla gente ciò che vuole sentire: il fatto che i politici adottino in pubblico il linguaggio crudo e brutale che dovrebbe essere confinato nel privato, gli dà legittimità. E ricompare nella bocca dei cittadini, ma con una veemenza molto superiore. Il pericolo è innegabile, perché può sempre accadere che ciò che si è detto si decida di metterlo in pratica, che si passi dalle parole ai fatti».
Crede davvero che esista la seria minaccia di un rigurgito del fascismo?
«Spererei di no, però… sì. Esiste, eccome. La parola fascismo è una parola abusata. In Spagna la si utilizza ormai semplicemente come un insulto. Ma quando io l´ho utilizzata, ho ricordato il periodo del fascismo storico. Ci sono una serie di atteggiamenti, dichiarazioni, misure, che mi riportano alla memoria Mussolini, mi dispiace molto. Quello che sorprende è che certe cose possano accadere senza che la gente percepisca il pericolo. Parecchi di noi non hanno vissuto il periodo tra gli anni Trenta e la Seconda guerra mondiale, però sappiamo come nacquero certi regimi. Qui si annunciano misure contro i rom, si criminalizza un intero gruppo etnico: non dimentichiamo che i gitani furono una delle etnie perseguitate dal nazismo. Immaginiamo che si dicessero degli ebrei le stesse cose che si stanno dicendo in questi giorni dei rom: il mondo intero insorgerebbe».
Questo che significa, che non abbiamo appreso la lezione del passato? O forse che 60 anni sono sufficienti per dimenticare?
«Darei per buona la seconda: la gente dimentica, dimentica molto facilmente. E soprattutto non associa, non stabilisce un collegamento tra gli eventi della storia e i fatti del presente».
Come pensa che si sia potuto imporre, in Italia, il fenomeno Berlusconi?
«Immagino che le ragioni vengano da una classe politica che, per quanto abile, è molto instabile. Dopo i lunghi anni di governo democristiano, il crollo del Psi di Craxi, la perdita di prestigio della sinistra seguita al crollo del muro di Berlino, lo scandalo di Mani Pulite, la gente ha cominciato a diffidare dei professionisti della politica. Berlusconi non lo è, o per lo meno non lo era. Lo stesso Bossi ho l´impressione che non lo sia: è più che altro un demagogo. Gente che non capisce neppure che cos´è una democrazia. Possono essere pure arrivati al potere in modo democratico, ma questo non basta: la patente di autentici democratici bisogna guadagnarsela giorno per giorno, con i fatti. Visto come stanno le cose, preferisco di gran lunga che siamo governati da politici professionisti».
Lei parla di populismo, ma ammette che, di questi tempi, l´Italia non è un caso unico: con tutte le differenze, cita Hugo Chávez, la Polonia dei gemelli Kaczynski e lo stesso presidente francese Sarkozy.
«Ricordo un dibattito al quale partecipai, due anni fa, insieme a William Boyd. Riconoscevo, allora, di avere sempre avuto una grande ammirazione per la Francia: ma aggiungevo che il fatto che Sarkozy fosse in quel momento il politico più ammirato (ancora non era stato eletto presidente) mi inquietava profondamente. Temo che il tempo mi stia dando la ragione. Il caso dell´Italia è ancor più plateale, perché tutto sta avvenendo in modo più gridato, più scoperto. Quello che temo di più è che tutte queste cose possano essere contagiose, che possano contagiare altri paesi. Si sa, l´imbecille ha successo nel mondo. Le idee più stupide trionfano».


Discussione su Per chi vota la mafia??

Citazione da lolilith

Per chi vota la mafia

di Peter Gomez
L'amico del killer che uccise Falcone, i notabili sotto processo o assolti per cavilli, i parenti stretti dei padrini. Tutti i nomi nelle liste di Udc, Pdl e Pd. Ecco il peso dei boss nelle elezioni
 
Se le cose andranno come devono andare, se in Sicilia l'Udc supererà la soglia dell'8 per cento dei voti, nel prossimo Senato siederà un uomo che Giovanni Brusca, il capomafia killer del giudice Giovanni Falcone, considerava "un amico personale". Si chiama Salvatore Cintola, ha 67 anni, è laureato in lingue e in vita sua è stato prima repubblicano, poi socialdemocratico e quindi socialista. Per qualche settimana ha anche militato in Sicilia Libera, un movimento indipendentista creato nel '93 per volere del boss Luchino Bagarella. Ma alla fine ha scoperto una vocazione per il centro ed è passato alla corte di Totò Cuffaro diventando deputato regionale sull'onda di migliaia di preferenze (17.028 nel 2006). Due anni fa ad Altofonte, raccontano le intercettazioni, la sua campagna elettorale era stata condotta pure dagli uomini d'onore, ma farsi votare dalla mafia non è un reato. Frequentare i boss neppure. E così la posizione di Cintola, iscritto per ben quattro volte nel giro di 15 anni sul registro degli indagati della procura di Palermo, è stata come sempre archiviata.
 
leggi il seguito qui

e poi uno non ci rinuncia... GRAZIE MINISTERO

Sapete cosa vuol dire da domani, Mercoledì 5 Marzo, rassegnare le proprie dimissioni?
Vuol dire che se poco poco sei pigro, o non convinto, o non hai tempo, o sei non proprio aggiornato coi tempi informatici etc...
ecco vuol dire che CI RINUNCI
 
Ma dico io quel cacchio di ministero proprio da domani doveva mettere su tutto sto po po di roba da compilare, recarsi, inviare, protocollare e non so quali altri stracavoli PER DARE LE DIMISSIONI VOLONTARIE????????????????????
 
Ma chi è che si diverte con la mia bambolina vudù
ditemi chi è?
 
Se porpiro non mi dite chi è 
ditemi a chi mi posso rivolgere per farmi dare una mano in una cosa che fino ad oggi era semplicissima e indolore.
 
Nico'.. ovviamente è nutile che mi invii quella scansione...

stralci di Giudizio Universale

[...] "Io duro perchè faccio. Non è che faccio perchè duro". Il 2007 si è chiuso con questa dichiarazione di Romano Prodi. [...] In questi decenni lo slogan si è trasformato da strumento della comunicazione orale utilizzato dal popolo in spot. [...] Ai tempi del Quarto potere forse si pensava ancora che i gestori della comunicazione di massa potevano decidere se far votare un candidato piuttosto che un altro. Oggi sappiamo che un potente ufficio stampa forse non riesce a convincere gli italiani a far eleggere Berlusconi o Prodi, ma sicuramente può costringerli a pensare a loro come alla signora Luisa che non pulisce il water. [...] Ascanio Celestini
 
[...] Il nostro paese è quel che è noi siamo quel che siamo: anche aspettando, valutando e recensendo una legge elettorale bisogna avere la serenità di accettare quello che non si può cambiare, il coraggio di cambiare quel che si può e la saggezza di distinguere la differenza. La terza è la più difficile. Mino Fuccillo
 
[...] Noi il partito lo chiamiamo democratico, e tu? Delle libertà. Anche se viene tirata in ballo continuamente, è difficile dire se alla gente veramente importa delle democrazia. In compenso abbiamo imparato che non si esporta. Remo Bassetti
 
Ma quello che mi lascia più perplessa e su cui non la smetto di riflettere è quello che pensa Robert Dahl:
mentre nella democrazia degli antichi prevale il concetto di uguaglianza, in quella dei moderni prevale l'idea di libertà
io non smetto di pensarci.. è così sottile la differenza.. ma..

E voi che dite?

"Io, assessore frikkettone al potere"

Provincia, il folkabbestia Losito responsabile della Cultura
di Lello Parise

Un frikkettone al potere: il violinista dei Folkabbestia Fabio arrepetiscion Losito, 31 anni, da ieri pomeriggio è il nuovo assessore alla Cultura dell´amministrazione provinciale: «Provo un´emozione indescrivibile». Il presidente Enzo Divella lo nomina e gli fa «i migliori auguri». Nicola Fratoianni, segretario del Prc, dopo un tira e molla che andava avanti da quarantott´ore riesce a convincere l´industriale della pasta: «Siamo soddisfatti. E´ una buona proposta e una bella cosa».

Losito è frastornato: «Non me lo aspettavo. Con i tempi che corrono e con la sfiducia nella politica che c´è... Né è facile per un frikkettone ottenere un riconoscimento del genere. Forse assumo una responsabilità che è più grande di me, ma tirarmi indietro sarebbe stato da vigliacchi».

La trattativa con Rifondazione per rimpiazzare l´ex assessore, Vittorino Curci, che si era dimesso prima delle vacanze di Natale, sembrava una passeggiata sulle spine. Nessuno, a quanto pare, voleva gettarsi nella mischia quando manca soltanto poco più di un anno al termine della legislatura. Alla fine Fratoianni l´estroso tira fuori l´asso dalla manica: «Quella di Losito è una delle operazioni inaspettate che solitamente producono ottimi risultati. Divella avrà tutto da guadagnarci. Ecco perché abbiamo insistito col presidente perché accettasse non una terna di nomi, ma l´unico candidato che gli avevamo proposto».

Divella non capisce, ma si adegua. Accoglie «l´indicazione del partito», ma a sua volta insiste: «Dovrà indossare la giacca e una cravatta. Diversamente non potrà partecipare alle sedute della giunta». Losito, look eclettico, è anche un capellone. Il presidente sospira: «Mi ha promesso che li terrà legati, i capelli». Poi, ride: «Gli ho fatto pure io una promessa». Quale, scusi? «Durante le riunioni dell´esecutivo mi metterò una parrucca, così faccio in modo che si senta a proprio agio: sì, insomma, come se fosse a casa sua». Divella mantiene sempre la parola data: nel 2005, per la campagna elettorale di Nichi Vendola, andava in giro con un orecchino, come quello che continua a penzolare dal lobo sinistro del governatore.

Losito, che festeggia a tutta birra con i Folkabbestia & C. la nomination, assicura: «Giacca e cravatta? Non ho problemi». E puntualizza: «Sarà difficile, piuttosto, che mi tagli i capelli, come mi ha suggerito il presidente: non lo faccio da quindici anni. Comunque non sono qui per dimostrare di essere un fenomeno estetico. C´è qualcosa di più importante a cui pensare». Cioè? «Fare rete». Prego? «Mettere insieme energie: economiche e professionali. Il mondo di cui dovrò occuparmi, un patrimonio inestimabile, è come se vivesse in stanze separate ed eternamente in lotta per la sopravvivenza».

Questo perché, probabilmente, non è che ci sia granché da scialare. «Ah, io sono un esperto nel lavoro senza soldi». Ha un sogno nel cassetto, Fabio arrepetiscion, e lo confessa con un filo di voce perché è come se volesse proteggerlo: «Mi piacerebbe almeno gettare le basi affinché la Puglia diventi un laboratorio artistico-culturale di livello nazionale e internazionale».

pena di morte

Può una pallottola sparata in cielo colpire qualcuno in una automobile?
Può un uomo sparare pur non esenso legittima difesa?
Può morire un ragazzo così?
la pena di morte nel nostro paese esiste già.

Si scusate, non ho parole, e non riesco a dire quel che voglio e quel che ho dentro.
E quel che sta succedendo come risposta a questa tragedia sembra una assurda rivolta civile

si si la pena di morte c'è già qui da noi

Ciao GABBODJ

Discussione su liberi di informarci: I NOSTRI BLog STANNO PER CHIUDERE

La cosa è seria. Tra un po' potreste dover rinunciare al 99% di informazione alternativa che vi giunge attraverso Internet. Il governo, lo scorso agosto ha varato un disegno di legge sull'editoria. Nel silenzio generale, esso è stato approvato formalmente dal Consiglio dei Ministri n. 69 del 12 ottobre 2007. Si chiama Legge Levi-Prodi, che praticamente cancella l'articolo 21 della Costituzione! La norma prevede l'iscrizione al Registro degli Operatori della Comunicazione a tutti coloro che operano nel campo dell'informazione, sia editoriale e non, sia profit e non, sia professionale e non. Questo significa che chiunque apra anche un semplice blog deve sottoporsi ad una trafila di carte e bolli, la legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro. Come scrive Beppe Grillo sul suo blog: "La legge Levi-Prodi obbliga chiunque abbia un sito o un blog a dotarsi di una società editrice e ad avere un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile. Il 99% chiuderebbe. Il fortunato 1% della Rete rimasto in vita, per la legge Levi-Prodi, risponderebbe in caso di reato di omesso controllo su contenuti diffamatori ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica galera quasi sicura." Vi invito ad approfondire leggendo qui. E, se volete fare di più, scrivete anche una mail a Riccardo Levi, autore della legge, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'editoria.

Discussione su Birmania

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Per far sentire la nostra voce, per sostenere la protesta pacifica in Birmania firmiamo l'appello di Amnesty International

 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

8 Settembre di un anno qualunque

  
V-day a Roma: Greg e l'arrivo di forza nuova

 

 
 
V-day a Roma: Max Paiella

 

 
 

 

Prada per noi peccatori di Maria Camilla Mayr

Abiti di Gattinoni, scarpe della griffe di Luna Rossa. Non è solo un fatto di lusso: Ratzinger con i suoi vestiti firmati vuole darci un messaggio. Non proprio francescano

Questa volta prima di esercitare il nostro giudizio universale cercheremo di capire. Troppo scontato prendere a ombrellate gli abiti che la maison Gattinoni ha regalato al Papa proprio in occasione della visita alla tomba di San Francesco. Talmente facile la tentazione moralistica che facciamo un passo indietro e cerchiamo di dare un senso a un gesto dal valore così fortemente simbolico.

In primo luogo non può tacersi il valore rivoluzionario di un'altra scelta stilistica di Benedetto XVI: da parecchi mesi ormai infatti il Papa indossa un paio di pregiatissimi mocassini rossi firmati Prada. Se "l'umile servo della vigna del Signore" si aggira così lussuosamente calzato vuol dire che almeno un mercante nel tempio è riuscito a entrare, e anche a vendere. Ed ecco che parte dal soglio Pontificio un piccolo schiaffo per quanti confidavano nell'aiuto della Chiesa nella guerra contro la dittatura dei consumi. Ancora turbati per la nuova lettura evangelica che ci viene proposta (e che speriamo possa essere confinata a "i mercanti portano lavoro e pertanto vanno gratificati") riceviamo la notizia dei nuovi abiti papali firmati Gattinoni: due casule, due camici, una stola e la mitra confezionati con velluto rosso e ricami a filo d'oro. Che il Papa - per la prima volta nella storia dei successori di Pietro - abbia le vesti sfarzosamente griffate lo si è appreso nello stesso giorno in cui era atteso ad Assisi dai frati dell'ordine francescano. E lo schiaffetto qui diventa una sberla a chi sceglie di spogliarsi di tutti gli averi per servire il prossimo. Improvvisamente ci torna in mente che quando il suo predecessore nel 1986 aveva riunito ad Assisi i leader di tutte le grandi religioni del mondo, l'allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Ratzinger aveva espresso più di una riserva per il pericoloso sincretismo che si adombrava. E' allora evidente che vestirsi di oro e velluti sulla tomba di san Francesco (quello che ha detto: "che i frati vadano per il mondo come pellegrini, servendo al Signore in povertà e umiltà, vadano per l'elemosina con fiducia") equivale a un'enciclica.

E quando ormai stremati per lo sforzo esegetico cerchiamo riparo in una chiesa in cerca di conforto, l'instancabile Benedetto XVI emana un motu proprio con il quale reintroduce la messa in latino, in disuso dal 1969. Dove la peculiarità non è solo quella della lingua, il latino appunto, ma che il prete reciti la messa con le spalle ai fedeli. E improvvisamente tutto torna: le babbucce di Prada, gli abiti di uno stilista, la messa preconciliare non sono casuali: non sarà questo un Pontificato di conforto e di parole, e quando ci saranno queste parole saranno incomprensibili ai più, lontane dalle pene e dagli affanni di tutti, come lontani sono i vestiti in oro e velluti da quelli che noi portiamo tutti i giorni. Chissà se da Gattinoni hanno dimenticato di ricamare il "pallio" che simboleggia l'incarico di pastore del gregge che Cristo gli ha affidato.

GLI ABITI FIRMATI DEL PAPA

> Benedetto XVI: "Io sono un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore"

> San Francesco: "Il Signore si è fatto povero per noi in questo mondo"

> Guillermo Mariotto (stilista di Gattinoni): "Dovevo riuscire a rappresentare la nobiltà, la regalità del Pontefice, la solennità di un momento particolare, ispirandomi al contempo alle regole di povertà e umiltà di San Francesco"

> Dal Vangelo secondo Luca (16, 19-31): "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe"

Discussione su Michele cento lire che da Wikipedia hanno cancellato!

Citazione da Anto(neLLo)

Michele cento lire

 

Biografia

Nome: Michele 

Data di nascita: non conosciuta 

Residenza: Molfetta 

Età: intorno ai 55 anni 

Professione attuale: mendicante 


Chi è:

Michele detto "Mkael cind lir" ("Michele cento lire") è diventato un'icona della realtà molfettese negli anni ha acquistato, involontariamente, una certa notorietà nella popolazione locale. Passa le giornate a mendicare per le vie della città, il suo approccio tipo è quello di avvicinare un ignaro passante (ma anche commessi di esercizi commerciali) e chiedere qualche spicciolo in cambio di prestazioni canore. Qualora il passante accetti di godersi lo spettacolo, dopo aver pagato il compenso, sceglie una canzone e Michele cento lire, come un juke box, parte con il suo spettacolo. La comicità sta nel fatto che qualsiasi canzone gli si chieda, il nostro Claudio Villa, farfuglia e canticchia il noto motivo dei Pink Floyd: "Another brick in the wall". Quello che si capisce tra gli strazianti suoni è: "Uiwe Uiwe educhescion" il resto cade nell'oblio. Oltre a esibirsi nelle suddette prestazioni canore accetta anche di imitare qualsiasi animale a scelta, famose sono le interpretazioni del delfino, insetti vari e sopratutto il ruggito del leone (con il ritorno) con tanto di gesticolazione delle mani.

Etimologia del nome

Il nome Michele cento lire risale all'epoca pre-euro, in cui il nostro eroe soleva chiedere "ce tin cind lir?" ( "che hai cento lire ? " ) e bazzicava per la città con un'aria soddisfatta e le tasche piene di monete che, con il loro tintinnio, annunciavano il suo arrivo. Con l'avvento dell'euro anche Michele si è adattato alla nuova moneta ed ha aumentato in maniera considerevole la sua tariffa di intratteniore. Ora mendica monete da un euro minimo ma la gente con frasi colorite lo invita a proseguire oltre; comunque non disdegna, tra mille imprecazioni, monete di minor valore. Anche se le sue tasche non sono più gonfie di metallo non ha perso l'antico charme.

Curiosità

Michele cento lire, Donato delle gazzose, Maria la pazza, x-files e il Marsigliese (detto anche il parcheggiatore) Rosaria la zizzosa, sono i personaggi più noti e caratteristici di quella Molfetta rustica, semplice e originale, ormai divenuti veri e propri simboli umani della città.

myspace.. ero registrata da tempo e ora ho notato questo messaggio.. che schifo mondo

 

Da:  nico

http://www.myspace.com/nicomalo72

Date: 28 lug 2007, 02.05
 
Oggetto: No Subject
Testo: si potrebbe diventare amici...se il bondage fosse una passione comune...o no?


 

E io ovviamente gli ho risposto che assolutamente non è mio interesse.. e poi l'ho bloccato come utente.. mamma mia.. non ho parole..

Con bondage (in inglese schiavitù, soggezione) si indicano un insieme di attività sessuali basate sulle costrizioni fisiche realizzate con legature, corsetti, cappucci, bavagli o più in generale sull'impedimento consenziente alla libertà fisica, di muoversi, di vedere, di parlare, di sentire.

Oscar, il gatto che sente la morte arrivare

NEW YORK - C'é chi lo ha già soprannominato l'Oracolo della Provvidenza, perché il gatto Oscar, 2 anni, bianco e tigrato, preannuncia con precisione assoluta la morte dei pazienti di un ospizio di Providence, la capitale del piccolo stato americano del Rhode Island. Di Oscar parla - e con precisione tutta scientifica - il 'New England Journal of Medecine', la prestigiosa rivista medica americana, pubblicando la saga di Oscar, corredata di una serie di foto. Oscar non sbaglia un colpo: quando una degli anziani pazienti dell'ospizio, spesso colpiti di malattie incurabili o degenerative, sta per lasciare il pianeta, il micio salta sul suo letto ed inizia a fare le fusa. Per il personale medico, è come un segnale: sanno che il prescelto sta per morire e che è giunto il momento di avvertire i familiari. Poi una volta il paziente deceduto, il gatto lascia la stanza pochi minuti dopo. In tutto, le morte preannunciate da Oscar sono state 25, tutte nella sezione demenza senile de lo 'Steere House Nursing and Rehabilitation Center' di Providence. Le prime ad accorgersene sono state le infermiere dell' unità, che ne hanno parlato con i medici, come ha confermato alla Cbs David Dosa, un geriatra dello 'Steere Center'. Come spiega il 'New England Journal of Medecine, Oscar non e' un gatto magico, o dotato di sesto senso. Particolarmente sveglio, il felino sfrutta probabilmente una serie di elementi per capire che il paziente è sul punto di morire. Le ipotesi sono varie. E' possibile che come gli infermieri quando il respiro del malato si fa più affannoso capiscono che é sul punto di morire, Oscar faccia lo stesso, leggendo ed interpretando alcuni comportamenti. Un malato sul letto di morte si muove molto poco, ma probabilmente emana anche un odore che un gatto, dall'olfatto molto più sviluppato del nostro, è in grado di percepire. Ne è convinto Joan Teno, medico e professore di medicina alla Brown University, che si trova sempre a Providence e fa parte della prestigiosa Ivy League: "Credo che alcune sostanze chimiche vengono rilasciate nell'atmosfera quando uno è sul punto di morire, e che il gatto le percepisce". Ma non è da escludere che Oscar sia semplicemente un gatto molto osservatore: in grado di capire i comportamenti del personale medico, molto più indaffarato quando un paziente è sull'orlo della morte.

Discussione su L'ultimo cinema di Baghdad

 
 

Saad Samir siede sconsolato accanto alla biglietteria del suo cinema. Diversi mesi fa ha licenziato l’impiegato che vendeva i biglietti e ancora prima la maschera che li strappava all’entrata della sala. Ora fa tutto Samir, accoglie i clienti e poi fa partire il film. Una volta si usavano quei romantici macchinari dove venivano installate le enormi pizze di pellicole, adesso basta un computer e un dvd. Non serve pagare un tecnico per quel lavoro. E in ogni caso presto i battenti del cinema Samiramis si chiuderanno. Il primo agosto, il cinema più importante e autorevole di Baghdad si arrende. Samir non ce la fa più. Ha tentato, ha lottato, ci ha creduto, ma è arrivato il momento che non sa più come rimandare. Sono trascorsi trentotto anni dalla sua apertura, nella sua sala sono passati film che hanno commosso e fatto ridere tutto il mondo e anche gli iracheni. Dalla serie di Indiana Jones a quella di Batman. “Il mondo del cinema se ne va “via col vento” – dice Samir, ripetendo una frase piuttosto comune tra gli iracheni, tratta dall’omonimo film del 1939 con Clark Gable – Non ho più i soldi per mantenerlo, ormai qui non viene più nessuno. Le famiglie, e il mio cinema è sempre stato per loro, non trascinano fuori i bambini per paura delle autobombe e dei rapimenti. Nessuno ha voglia di rischiare la vita per avventurarsi in una città che è già un film dell’orrore. Senza contare che per un dollaro, contro i due e mezzo del biglietto, si trovano ormai ovunque film pirata, la gente se vuole vedere qualcosa può tranquillamente farlo senza uscire di casa. Anche noi visto che non potevamo permetterci di pagare le tasse per i film originali siamo costretti a mandare in onda film piratati. Come Superman 3 ora in programmazione. Per noi una giornata piena non ha più di cinquanta persone, oggi ne abbiamo solo dodici, gente che viene per dormire, per starsene all’aria condizionata o perché non sa dove andare. Quello che metto in onda è irrilevante”. Ma non è stato sempre così. Ai tempi d’oro negli anni ’70 si faceva la fila per entrare nel cinema, 1800 posti a sedere, film nuovi che arrivavano dagli Stati Uniti e dall’Italia. Gli spettatori si appollaiavano sugli scomodi sedili di legno, fumavano una sigaretta e si perdevano nel mondo magico della celluloide, l’unico posto dove i sogni per un paio d’ore potevano trasformarsi in realtà. “Questo posto brulicava di persone, di bambini chiassosi che si divertivano per un pomeriggio intero. Adesso a causa del coprifuoco sono costretto a chiudere alle tre del pomeriggio – spiega Samir che non ha ancora deciso cosa farà quando il cinema sarà chiuso – mio padre me lo ha lasciato in eredità, tutta la vita della mia famiglia ha girato intorno a questo posto, ho perfino conosciuto mia moglie qui, era venuta a vedere Forrest Gump accompagnata da sua madre, è rimasta a vederlo tre volte, fino a quando mi sono deciso a parlarle”. Samir non crede che la situazione migliorerà  in tempi brevi, quindi per lui, è inutile, continuare ad investire in qualcosa del quale il pubblico non può usufruire con serenità. “Sono così triste di aver dovuto prendere questa decisione, ma non ho scelta”. In realtà i problemi sono cominciati alla fine degli anni 90, quando un’ondata di film pirata ha invaso il mercato riducendo drasticamente la clientela dei cinema. “Con gli affari che calavano, abbiamo dovuto smettere di comprare i film americani che uscivano perché i costi raggiungevano i venti, venticinquemila dollari”. Durante il regime di Saddam Hussein, la diffusione dei film era molto controllata, il governo prediligeva le epopee belliche e i film arabi. “La caduta di Saddam nel 2003 non ha portato solo violenza, ma un’era di immoralità”. Con la chiusura del Samiramis, se va l’ultimo cinema “per tutti” di Baghdad, restano solo le sale cinematografiche, circa una dozzina, che si dedicano a film per adulti proibiti durante l’epoca dell’ex rais “Il Samiramiss è il miglior cinema di Baghdad”, ammette Ahmad Nadim, un vecchio di 76 anni che dirige il cinema Najaa da quarantaquattro anni, ad una decina di minuti di strada dall’altro. Si ricorda ancora quando gli inglesi aprirono il primo cinema negli anni venti con i film muti, seguiti da quelli di Charlie Chaplin, solo negli anni ’40 gli iracheni hanno cominciato a produrre i loro primi film, in genere, tutti romantici. Nadim ora trasmette film pornografici. “L’Iraq è cambiato, al cinema vengono solo uomini e vogliono vedere sesso. Tutti quelli che potevano apprezzare un film di qualità hanno lasciato il paese. Qui sono rimasti i poveracci, gli ignoranti e i combattenti che sono la somma di entrambi. Per tornare al cinema di una volta, c’è solo un modo; raggiungere i cuori dei nostri ragazzi e riparare i pezzi”.


 La free lance Barbara Schiavulli è la vincitrice del ''Premio Giornalistico Marco Luchetta 2007'', promosso dalla ''Fondazione Luchetta, Ota, D'Angelo, Hrovatin per i bambini vittime della guerra'' e dalla RAI Radio-televisione italiana, con l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio del Ministero delle Comunicazioni. La giornalista ha vinto per la corrispondenza pubblicata dall'Espresso ''Le mille guerre di Baghdad''.