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Discussione su Debora in lettura

 

Citazione

Debora in lettura
I think you'll find this site interesting...

cambio pagina web. Il LibellOnLine si trasferisce

Seguendo l'onda del momento, mi accodo a chi ha deciso di voltar pagina (web).
Non è per seguire una moda.
Ma per "scegliere" di smantellare e ricostruire.
Senza (troppe) paure.
Il mio difetto più grande (forse), il mio ostacolo insormontabile. non saper affrontare e matebolizzare i cambiamenti.
Uno dei peggiori incubi da piccola era quello di sognare che io e la mia famiglia traslocavamo in una nuova casa.. abbandonando la vecchia.. la vecchia via.. le vecchie abitudini.
Il mio attaccamento morboso alle persone, alle cose mi ha sempre troppo fatto soffrire.
Troppo più dell'umana comprensione.
Questo non è un piccolo passo.
E' solo un invisibile prova di rimettere il gioco il MIO.
 
pS: chi vuole più domandare

ci pensate...

...sto scrivnedo sulla tastiera che usa anche lei..
 

sfighe

non è divertente questa cosa di perdere il pullman già pagato
di rimandare incontri..
..di fare salti mortali per incastrare ferie, firenze, roma, napoli, lavoro
 
io mi sto troppo stressando in queste ferie
cribbio
 

sogni premonitori (o contromonitori)

Ma porca pupazza queste ferie iniziano proprio bene!
Ecco cosa erano quei due sogni!
Per due gironi di fila ho sognato che cervano di rubarmi macchina e portafogli ed ecco il risultato:


inoltre adesso mi tocca spostare l'appuntamento con l'estetista per una improvvisa gita a Napoli
Napoli domani
Chi viene con me??
se riesco ad ggiustarla oggi!

piazza Colamussi

a me piacciono... ci voleva un po' di slancio in questa piazza.. e meglio se slancio artistico




è vero che

quando stai meglio hai poco da dire.

ACROSS THE UNIVERSE

When I find myself in times of trouble
Mother Mary comes to me
Speaking words of wisdom, let it be.
And in my hour of darkness
She is standing right in front of me
Speaking words of wisdom, let it be.

Let it be, let it be.
Whisper words of wisdom, let it be.

And when the broken hearted people
Living in the world agree,
There will be an answer, let it be.
For though they may be parted there is
Still a chance that they will see
There will be an answer, let it be.

Let it be, let it be. Yeah
There will be an answer, let it be.

And when the night is cloudy,
There is still a light that shines on me,
Shine on until tomorrow, let it be.
I wake up to the sound of music
Mother Mary comes to me
Speaking words of wisdom, let it be.

Let it be, let it be.
There will be an answer, let it be.
Let it be, let it be,
Whisper words of wisdom, let it be.





Io so e ho le prove

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesini di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con la parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: “è falso” all’orecchio di ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, infondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.

PREGHIERA PER DYLAN

Vorrei che chi è in grado preghi per lui
e che chi ne ha voglia speri insieme a noi
che Dylan torni ad essere quello che era...
a correre...
a fare la faccia da cane bastonato quando vede qualcuno mangiare...
a fare il coccodrillo quando vuole le carezze sulla pancia...
a perdersi in campagna per inseguire un altro animale...
a stupirsi che i gatti non vogliano giocare con lui...
a sentire tutti i fatti e a fare la faccia di quello che capisce...



Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos

Caschi, passamontagna e bastoni.
E quando passa Cossiga un anziano docente urla: "Contento ora?"
Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos
La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti

di CURZIO MALTESE


Gli scontri di ieri a Roma
AVEVA l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.

Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
(30 ottobre 2008)

Discussione su Javier Marias sull'Italia

 

Citazione da Osvaldo

Su Repubblica di lunedì, 9 giugno è uscita quest'intervista. Javier Marias è uno dei più apprezzati scrittori spagnoli.

«Un paese cupo, antipatico, di cattivo umore, che ha perso il senso della solidarietà, e dove persino, l´espressione può sembrare un po´ forte, emerge qualche sintomo di razzismo». Javier Marías lo dice con rammarico, ma ne è profondamente convinto: la “decadenza” italiana è un dato di fatto secondo l´autore della trilogia Il tuo volto domani. E nasconde una minaccia che lo scrittore non ha timore a sintetizzare in una sola parola: «Fascismo».
In un articolo pubblicato su El País, lei parla di una “brutta e povera Italia”. Che paese è l´Italia che lei ha conosciuto, e che ora rimpiange?
«I miei primi viaggi risalgono agli anni Ottanta. Andavo a Venezia, e lì ho trascorso diversi periodi di vari mesi: in tutto un paio d´anni. Ma poi ho continuato a visitare il paese, spesso, fino ad oggi. L´Italia mi piace moltissimo, posso dire che - fuori dalla Spagna - è il paese dove mi sento più a mio agio, insieme alla Gran Bretagna. Per questo ho difficoltà a capire come un paese così squisito, e così dotato di senso dell´umorismo - lo dico come un grande elogio - sia potuto diventare tutto il contrario. Insomma, l´Italia per me era un paese “leggero”, nel senso che vi sembrava prevalere l´allegria. Ora ho la sensazione che sia diventato pesante».
Dove individua i sintomi, e le ragioni, della decadenza?
«In Italia è stata ormai chiaramente abbattuta la frontiera tra ciò che si può dire o non dire in pubblico. Il linguaggio da bar, quello che io preferisco chiamare “linguaggio da caverna”, si è trasferito alla politica. È una forma superiore di demagogia, perché non si tratta solo di dire alla gente ciò che vuole sentire: il fatto che i politici adottino in pubblico il linguaggio crudo e brutale che dovrebbe essere confinato nel privato, gli dà legittimità. E ricompare nella bocca dei cittadini, ma con una veemenza molto superiore. Il pericolo è innegabile, perché può sempre accadere che ciò che si è detto si decida di metterlo in pratica, che si passi dalle parole ai fatti».
Crede davvero che esista la seria minaccia di un rigurgito del fascismo?
«Spererei di no, però… sì. Esiste, eccome. La parola fascismo è una parola abusata. In Spagna la si utilizza ormai semplicemente come un insulto. Ma quando io l´ho utilizzata, ho ricordato il periodo del fascismo storico. Ci sono una serie di atteggiamenti, dichiarazioni, misure, che mi riportano alla memoria Mussolini, mi dispiace molto. Quello che sorprende è che certe cose possano accadere senza che la gente percepisca il pericolo. Parecchi di noi non hanno vissuto il periodo tra gli anni Trenta e la Seconda guerra mondiale, però sappiamo come nacquero certi regimi. Qui si annunciano misure contro i rom, si criminalizza un intero gruppo etnico: non dimentichiamo che i gitani furono una delle etnie perseguitate dal nazismo. Immaginiamo che si dicessero degli ebrei le stesse cose che si stanno dicendo in questi giorni dei rom: il mondo intero insorgerebbe».
Questo che significa, che non abbiamo appreso la lezione del passato? O forse che 60 anni sono sufficienti per dimenticare?
«Darei per buona la seconda: la gente dimentica, dimentica molto facilmente. E soprattutto non associa, non stabilisce un collegamento tra gli eventi della storia e i fatti del presente».
Come pensa che si sia potuto imporre, in Italia, il fenomeno Berlusconi?
«Immagino che le ragioni vengano da una classe politica che, per quanto abile, è molto instabile. Dopo i lunghi anni di governo democristiano, il crollo del Psi di Craxi, la perdita di prestigio della sinistra seguita al crollo del muro di Berlino, lo scandalo di Mani Pulite, la gente ha cominciato a diffidare dei professionisti della politica. Berlusconi non lo è, o per lo meno non lo era. Lo stesso Bossi ho l´impressione che non lo sia: è più che altro un demagogo. Gente che non capisce neppure che cos´è una democrazia. Possono essere pure arrivati al potere in modo democratico, ma questo non basta: la patente di autentici democratici bisogna guadagnarsela giorno per giorno, con i fatti. Visto come stanno le cose, preferisco di gran lunga che siamo governati da politici professionisti».
Lei parla di populismo, ma ammette che, di questi tempi, l´Italia non è un caso unico: con tutte le differenze, cita Hugo Chávez, la Polonia dei gemelli Kaczynski e lo stesso presidente francese Sarkozy.
«Ricordo un dibattito al quale partecipai, due anni fa, insieme a William Boyd. Riconoscevo, allora, di avere sempre avuto una grande ammirazione per la Francia: ma aggiungevo che il fatto che Sarkozy fosse in quel momento il politico più ammirato (ancora non era stato eletto presidente) mi inquietava profondamente. Temo che il tempo mi stia dando la ragione. Il caso dell´Italia è ancor più plateale, perché tutto sta avvenendo in modo più gridato, più scoperto. Quello che temo di più è che tutte queste cose possano essere contagiose, che possano contagiare altri paesi. Si sa, l´imbecille ha successo nel mondo. Le idee più stupide trionfano».


QUEI BRAVI RAGAZZI di Claudio Fava

POLLARI aveva mentito. Fu definitivamente chiaro tre mesi dopo quell’audizione, quando la Commissione entrò in possesso di un carteggio tra la CIA e il SISMI che risaliva ai giorni successivi al rapimento di Abu Omar. Si trattava di due note confidenziali con cui i servizi segreti americani informavano i colleghi italiani sugli sviluppi del caso: il 15 maggio 2003 la CIA comunica a Pollari che l’imam si trova al Cairo, interrogato dai servizi egiziani. Sei giorni dopo un’altra nota conferma che Abu Omar è detenuto in una località segreta in Egitto. Pollari ha mentito a tutti. Alla Commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo, al Comitato di controllo dei servizi segreti, ai magistrati che lo hanno interrogato e poi incriminato per concorso in sequestro di persona. Nega di essere stato avvertito dal suo predecessore al SISMI, l’ammiraglio Battelli, che la CIA voleva una mano per organizzare una dozzina di extraordinary renditions in Italia; nega di aver incontrato Jeff Castelli, il grande capo della CIA in Italia, per raccogliere la sua richiesta di collaborazione nel rapimento di Abu Omar; nega di aver ordinato al generale Pignero, capo dipartimento del SISMI, di organizzare i primi accertamenti sull’egiziano in vista del sequestro; nega di essere a conoscenza di una riunione a Bologna tra i capicentro regionali del SISMI per mettere a punto una strategia in vista dell’operazione; nega che due colonnelli, D’Ambrosio, capocentro SISMI di Milano, e Fedrigo, capocentro di Trieste, siano stati trasferiti su due piedi in altra sede e ad altro incarico perché avevano manifestato dubbi sull’opportunità e la liceità di quell’operazione. Quando non nega, Pollari tace. Dice: «Violerei il segreto di Stato». Dopo quell’audizione a Bruxelles, sarà la sua unica linea di difesa. No, non l’unica. Una linea di difesa più sfrontata gliela garantiranno gli inquilini di Palazzo Chigi. L’11 novembre 2005, in una lettera riservata alla Procura di Milano, il premier Silvio Berlusconi scrive che «[...] il governo ed il SISMI sono del tutto e sotto ogni profilo estranei rispetto a qualsivoglia risvolto riconducibile al sequestro di Abu Omar», per concludere che sull’intera vicenda va opposto il segreto di Stato. Riconfermato, un anno e mezzo più tardi, dal governo di centrosinistra. E con la Procura di Milano come la mettiamo? Va fermata, fa sapere da Palazzo Chigi Romano Prodi. L’avvocatura dello Stato viene incaricata di presentare ricorso alla Corte Costituzionale per invalidare il rinvio a giudizio di Nicolò Pollari e degli altri imputati. Uno scontro istituzionale d’inaudita e incomprensibile durezza che ha una sola lettura possibile: Pollari e la CIA non devono essere processati. Dietro quel ricorso c’è un malcelato imbarazzo nei confronti del governo americano; e c’è il disagio della politica romana per quell’agire così rigoroso dei giudici di Milano, tra i pochi ancora caparbiamente convinti che la legge in Italia debba essere uguale per tutti. «Quasi» uguale, fa sapere il ministro della Giustizia Clemente Mastella: lui, fino a quando non si sarà risolta la querelle istituzionale tra governo e procura, le richieste di estradizione per quegli agenti della CIA non le firmerà: stiamo valutando, ne riparliamo tra un mese, anzi dopo l’estate. Anzi, non ne parliamo più. Anche sulla Commissione d’inchiesta di Bruxelles, dopo le audizioni del procuratore Spataro e del generale Pollari, cresce un fastidio fatto di parole negate, di silenzi incomprensibili, di dichiarazioni avventate. E di inviti declinati. Il primo rifiuto arriva da Enzo Bianco, presidente del COPACO (il Comitato Parlamentare di Controllo sui servizi segreti). Lo chiamo io stesso, all’inizio di marzo. Il deputato della Margherita, che è stato anche ministro dell’Interno, sembra sinceramente compiaciuto per l’invito: certo, mi spiega, dovrà prima chiedere l’autorizzazione al presidente della Camera, quelli del COPACO sono vincolati al segreto. Segreto è un’utile parola che rimbalzerà spesso su questa vicenda: lo evoca Bianco, lo oppone Pollari, lo impone Berlusconi, lo riconferma Prodi... La risposta di Bianco si farà comunque attendere a lungo. E sarà negativa: impegni parlamentari, spiegherà la sua segretaria, agenda piena, magari ne riparliamo… Ne riparliamo? Quando? In primavera si vota, l’Unione vince e Bianco lascia il COPACO. Pazienza. Il secondo rifiuto arriva da Enrico Micheli, sottosegretario, fresco di nomina, nel governo Prodi, con delega ai servizi segreti. Per due mesi Micheli si nega, prende tempo, rimanda. Chiamo Marco Minniti, viceministro dell’Interno, provo a spiegargli che il governo italiano e il centrosinistra, così traccheggiando, rischiano di perdere la faccia. Nessun altro governo europeo si è sottratto alla collaborazione con la Commissione: Zapatero ci ha mandato il potentissimo ministro degli Esteri Moratinos, portoghesi e britannici hanno messo a disposizione mezzo esecutivo, a Skopje e a Bucarest siamo stati accolti dai presidenti della repubblica, in Germania ci hanno aperto gli archivi dei servizi segreti, perfino la CIA ha accettato d’incontrarci... «Ci penso io», dice Minniti. Fatto sta, che due giorni prima della data fissata per l’audizione con Micheli, la segreteria della Commissione d’inchiesta riceve da Roma un fax di quattro righe: il sottosegretario non viene, non ne ha voglia, non saprebbe cosa dirci... Quando tireremo le somme, dopo un anno di lavoro e centinaia di audizioni, all’appello mancheranno solo il governo polacco e quello italiano. Strafottenza? Sbadataggine? Non credo. C’è come un tarlo, un’ansia di seppellire questa vicenda in fondo a un sacco, di fingere non solo che qualcosa di illecito sia mai accaduto ma che i protagonisti di questa recita siano tutti irreprensibili servitori dello Stato. Da gratificare con encomi e promozioni, altro che processi! È così che Pollari resta al suo posto. Ha mentito, ha taciuto, è imputato per concorso in un sequestro di persona eppure conserva la propria inossidabile impunità politica. Ad aprile l’Unione vince le elezioni, Berlusconi va a casa ma il governo di centrosinistra riconfermerà il generale alla guida del servizio segreto militare. «Convochiamolo almeno al COPACO», propone qualcuno. Lo invitano ad agosto, di domenica, con le Camere ormai chiuse. Pollari, gessato blu e cravatta a pois, si presenta con dieci faldoni di carte. Quando termina l’audizione, fuori è già buio, ha parlato per quattro ore ma ciò che ha continuato a ripetere si racconta in poche parole: «Mai autorizzato azioni illegali». La cosa stupefacente è che gli credono tutti: così, sulla parola. Ecco Claudio Scajola, Forza Italia, presidente del Comitato: «Quella di Pollari è stata una relazione puntuale, lunga, documentata. Le accuse che abbiamo letto sui giornali in queste settimane appaiono confutate punto per punto». Pollari verrà sostituito, nel corso di un normale avvicendamento assieme ai capi del SISDE (l’intelligence civile) e del CESIS (la struttura di coordinamento tra i servizi), solo il 16 dicembre, dieci giorni dopo la richiesta di rinvio a giudizio formalizzata dal PM di Milano contro di lui e contro altri 32 imputati. Il generale lascia a testa alta, dopo aver firmato, a tempo ormai scaduto, decine di nomine per piazzare i suoi fedelissimi nei posti chiave del SISMI. Lascia con una nomina a consigliere speciale di Palazzo Chigi e con la gratitudine del premier Prodi: gratitudine per cosa? Un premio alla carriera e alla fedeltà arriva negli stessi giorni anche a Pio Pompa, ex braccio destro di Pollari. Per conto del suo capo, a cui riferiva dettagliatamente ogni ribalderia, il signor Pompa aveva messo in piedi una struttura clandestina di dossieraggio e disinformazione come non se ne vedevano dai torbidi anni Sessanta. Per anni, dal suo ufficio romano del SISMI, Pompa organizza la metodica schedatura di magistrati, politici e giornalisti vicini al centrosinistra. In una di queste farneticanti cartelline si legge che quattro Procure italiane (Torino, Milano, Roma e Palermo) sono accusate di attuare una strategia «destabilizzante» ai danni del governo Berlusconi. «Occorre prefigurare una serie di contromisure per contrastare e neutralizzare le succitate iniziative», si legge su uno dei dossier, «anche attraverso l’adozione di provvedimenti traumatici nei confronti di singoli soggetti». Provvedimenti traumatici, scrive Pompa: quanto traumatici? Uno dei fascicoli ritrovati nell’archivio segreto dell’agente Pompa è dedicato al premier Romano Prodi: una raccolta di atti giudiziari di vecchie inchieste ormai archiviate, i suoi discorsi da presidente della Commissione Europea, un repertorio di dicerie, spazzature... Salteranno fuori quarantacinque dossier, dal viceministro Visco al giudice Caselli: quarantacinque nemici da «neutralizzare», secondo i suggerimenti di Pio Pompa. In un’altra cartellina sono conservati invece curriculum, foto e note sugli spostamenti del procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro: lo hanno pedinato e tenuto discretamente d’occhio per mesi come se fosse un pericoloso terrorista. Insomma, con Pollari e Pompa il SISMI s’è trasformato in un corpo separato dello Stato con licenza di depistare, istigare, inquinare. Se non è un rumor di sciabole, poco ci manca. In un paese normale, a quei rumori si sarebbe risposto richiamando i militari in caserma e mettendoli in riga, cacciando le mele marce, ristabilendo il primato della verità. In un paese normale: non in Italia, non in questi anni balordi. E così, mentre a Milano il signor Pompa viene rinviato a giudizio per favoreggiamento aggravato nel sequestro di Abu Omar, a Roma, coloro che nei suoi dossier erano indicati come «nemici da disarticolare», decidono che è tempo di premiarlo trasferendolo dal SISMI al ministero della Difesa. Dei quaranta senatori e deputati che nella precedente legislatura avevano firmato una risoluzione per chiedere conto al governo Berlusconi delle sue menzogne sul rapimento di Abu Omar, non uno si fa avanti. Nemmeno chi da viceministro (Marco Minniti) o da presidente di Commissione (Luciano Violante) avrebbero adesso strumenti e funzioni. È in quei giorni che anch’io ricevo un affettuoso segnale d’interessamento. La lettera, anonima, è stata imbucata a Fiumicino ed è spedita a un mio indirizzo privato che non figura sull’elenco del telefono. Il testo è breve, vergato a mano in buon italiano. «Se non vuoi fare la fine di tuo padre, lascia stare il generale Pollari.» A buon intenditor…

 

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Lucky 13wrote:
Bello bello il tuo spaces...Fantastico !!!!!!!
 
 
                                         

 

Visto che di fortuna ne abbiamo sempre bisogno!!!
...ho appena ricevuto questo maialino porta fortuna, esprimi un desiderio!!!!!!!!!!

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Jan. 29
sono qua a lasciarti saluti sparsi sui tuoi blog... fatti sentire sul cell del lavoro dai. e magari una visitina che romolo cresce e matilda invecchia! bacio grande
Sept. 20
eeeeeh....giovanni lindo ferretti......
July 30
senti, sono sempre io, il fatto è che il contatto tuo l'ho aggiunto (oscar@ecorete.it giusto??), ma due sono le coseo non mi hai accettato oppure non ti connetti mai.
fammelo sapere.
spero non ti dispiaccia questo commento un po' fuori luogo sul tuo guestbook, ma era anche per ricambiare il tuo sul mio guestbook, che mi ha fatto molto piacere.
Apr. 3
Gianpietrowrote:
lascio un saluto
Jan. 30
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SyLv Shanka

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